Roberta Salvati: “Non serve avere un tumore per apprezzare la vita” [ESCLUSIVA]

A Roberta Salvati era stato diagnosticato un tumore, il linfoma di Hodgkin. Sulla sua seguitissima pagina Facebook “DajeRobs” ha raccontato tutto ciò che ha vissuto e oggi, col male che se n’è andato ma anche il vuoto per la perdita della mamma (sempre a causa di un tumore), ha pubblicato il libro “Tu con me” per sostenere i malati. VelvetBody l’ha intervistata per conoscere meglio una storia che vale davvero la pena di raccontare.

Cara Roberta, la prima domanda riguarda la tua esperienza e tutti quelli che hanno deciso di raccontare la malattia sul web: perché farlo?
Sicuramente aiuta a tranquillizzare: più conosci la malattia e meno ti spaventa. Quando mi hanno diagnosticato il linfoma di Hodgkin ho cercato su Google per leggere le storie degli altri ma non ho trovato nulla. Allora ho pensato: “Perché non farlo io?”. Ho cominciato a documentare i sintomi della malattia, i miei stati d’animo e così via affinché in futuro chi si fosse trovato nella stessa situazione avrebbe potuto seguire il percorso che mi ha portato al risultato positivo dell’ultima biopsia. All’inizio non mi aspettavo di certo che sarebbe diventata la grande famiglia che è oggi.

Col senno di poi, a livello personale che cosa ti ha dato questa condivisione “social”?
Posso dire che la mia pagina e il supporto di tutte quelle persone sconosciute mi hanno salvato la vita. Hanno stretto la mia mano, non avrei mai pensato che sarebbero nati rapporti di amicizia, che avrei ricevuto tanto sostegno. Oggi cerco di ricambiare l’affetto aiutando gli altri e stringendo le loro mani, per questo non ho chiuso la pagina.

Sul web si vedono sempre più spesso foto forti di bambini malati o defunti. Si raccontano storie tragiche per sensibilizzare l’opinione pubblica e lanciare dei messaggi. Cosa ne pensi?
Grazie al web ci si può rapportare con persone che si trovano dall’altra parte del mondo, urlare il proprio dolore per avere delle risposte. Una mamma disperata che perde il proprio figlio ricorre al web per cercare di fare qualcosa per gli altri bambini: così sarà come salvare ogni volta anche il proprio piccolo. L’unione fa la forza, io non ci vedo egocentrismo: l’egocentrismo, semmai, sono i selfie che si fanno quando si sta bene.

Hai detto che sei “nata 2 volte”: come vivi da quando sei rinata?
Il 20 ottobre 2015 ho ricevuto la diagnosi del linfoma di Hodgkin, mentre il 30 agosto 2016 mi hanno comunicato che era in remissione. Da quel momento ho una nuova consapevolezza. Prima della malattia avevo tutto: il lavoro, la laurea, progetti di convivenza con il mio fidanzato. Poi sono arrivate due croci: la mia malattia e quella di mia madre, che non ce l’ha fatta. Nei mesi in cui ho combattuto il tumore ho apprezzato ogni singolo dettaglio: i sorrisi, una stretta di mano, uno sguardo. Avevo paura di perdere tutto. Ora ho una percezione diversa e vorrei che gli altri capiscano che non serve avere un tumore per apprezzare la vita.

Roberta Salvati: "Non serve avere il tumore per apprezzare la vita" [ESCLUSIVA]

I tuoi toni su Facebook sono sempre così forti, vivaci, da vera condottiera: sei così anche nella vita?
Credo che la malattia faccia emergere un lato del carattere che già hai. Nel mio caso si è trattato di cattiveria e ironia. Sono sempre stata vivace, mai triste. Inoltre sapevo che mia madre avrebbe letto la mia pagina “Daje Robs” e non volevo appesantirla. Ho cercato di affrontare la situazione in chiave ironica e ho fatto lo stesso con il mio libro, altrimenti non passerebbe il messaggio più importante: il sorriso è una medicina.

Esatto, il tuo libro “Tu con me”. Cosa ci dobbiamo aspettare?
È il mio diario, chi mi seguiva su Facebook troverà il “nostro” diario e il provento sarà devoluto in beneficenza per supportare le famiglie dei bambini malati di cancro. Sono stata contattata dalla giornalista Veronica Fermani e ho subito accettato con gioia la sua idea di scrivere un libro insieme. Lei ha preso ciò che avevo condiviso nell’arco dei mesi e ogni sera, quando aggiungevo qualcosa, copiava e aggiornava anche il manoscritto. “Tu con me” si chiude con le storie di altre ragazze e ho ritenuto importante portarlo nelle sale d’attesa degli ospedali e in quelle della chemioterapia come spunto per i malati, un manuale di guerra, un invito a non arrendersi.

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