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Tumore, analisi del sangue: un “setaccio” Made in Italy aiuterà la diagnosi

Un team di ricercatori italiani è giunto ad un risultato che potrebbe segnare una svolta significativa nella diagnosi dei tumori. Si tratta del cosiddetto setaccio hi-tech, ovvero un particolare tipo di analisi del sangue che riesce a frazionare le gocce analizzandole ad una ad una. È così possibile verificare l’eventuale presenza di rifiuti in circolo, chiaro segnale di un metabolismo corporeo alterato dalle cellule tumorali. Quest’ultime producono infatti una quantità di acido lattico tale da essere subito notata dalle analisi, dando così un immediato segnale d’allarme.

I primi verdetti provenienti dal laboratorio hanno mostrato una particolare propensione nello scovare il tumore al seno, al colon, allo stomaco e al cervello (il glioblastoma, il tumore più comune e più maligno in assoluto). I costi del setaccio hi-tech non sono affatto proibitivi. Al contrario, la nuova tecnologia è persino meno dispendiosa degli strumenti diagnostici tradizionali. Eseguire questo tipo di analisi sarà velocissimo: basteranno infatti solo 40 minuti per eseguirle e individuare la presenza di metastasi. La notizia, entusiasmante di per sé, si unisce alle recenti scoperte in campo oncologico e lancia un segnale di speranza per un futuro in cui una diagnosi precoce sarà sempre più semplice.

Nel team di ricercatori figura Fabio Del Ben, co-fondatore della start-up Cytofind Diagnostic ed esperto di medicina rigenerativa presso l’Università di Trieste. Del Ben ha spiegato il funzionamento dello strumento sviluppato dalla sua start-up ad Austin, in Texas, durante la convention mondiale NI Week. La sua più grande speranza è quella di poter utilizzare il nuovo tipo di analisi al più presto, per passare dalla teoria alla pratica nel minor tempo possibile. Purtroppo, realisticamente parlando, ci saranno delle tempistiche severe da rispettare. A tal proposito, Del Ben ha affermato: “Pensiamo che nel giro di un paio d’anni la nostra tecnologia potrebbe già essere introdotta sperimentalmente nei centri oncologici più avanzati mentre dovremo forse aspettare qualche anno in più perché diventi una tecnica diagnostica di routine”.

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