Bruciata a Messina: Ylenia difende il suo ex. Perché le vittime giustificano gli uomini violenti?

L’ultimo e, purtroppo, non unico episodio di violenza sulle donne risiede nel caso di Ylenia Grazia Bonavera, una giovane messinese che ha negato l’aggressione dell’ex fidanzato Alessio Mantineo, il quale è stato accusato di aver aggredito l’ex compagna dandole fuoco.

Perché Ylenia continua a difendere il suo aggressore sostenendo con tutte le sue forze e la sua voce che non è lui il colpevole? Perché è convinta che non sia stato lui ad aggredirla? Perché nega l’evidenza cercando di convincere tutti che la ama ancora e che non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere? Generalizzando, esistono delle categorie di donne più suscettibili a diventare vittime di abuso domestico. Proviamo a delineare i tratti comuni.

Gli episodi di vittimizzazione e di abusi sulle donne aumentano a dismisura. Nella società odierna la percentuale di donne esposta a tale rischio è commisurata all’età: di fatto, secondo una statistica, coloro che si rivolgono ai centri antiviolenza hanno un’età media che va dai 18 ai 49 anni (in genere). Inoltre, non è corretto affermare che la percentuale di abuso è direttamente proporzionale al grado di scolarizzazione della donna: non è detto che individui con un basso livello di istruzione siano sottoposti a violenze maggiori rispetto a coloro che hanno un grado di istruzione più alto.

Una prima caratteristica insita nelle donne vittime di abuso è la dipendenza. Una persona risulta essere dipendente quando non è autonoma sul piano personale e morale: tali soggetti non hanno una personalità autoriferita e sono propense ad attrarre il carnefice, nella convinzione che solo grazie a lui potranno stare bene. Sono donne deboli, fragili, con una scarsa autostima, che non hanno il coraggio di affrontare la vita da sole e che preferiscono legarsi ad un uomo in grado di prendere le decisioni più importanti. Sono donne che non riescono a stare sole e, per paura di ritrovarsi in tale condizione, accettano tutte le tipologie di maltrattamento e di privazioni, autoconvincendosi che sono loro ad essere sbagliate.

Quali sono i fattori che impediscono ad una donna di uscire da una relazione violenta? Perché la vittima non è in grado di reagire ai soprusi che subisce? Le motivazioni sono tante e tra esse si annoverano: la concezione negativa che la vittima ha in merito alla sua persona; la convinzione che il marito possa cambiare; la mancanza di sostegni economici sufficienti che le garantiscano l’autosufficienza; la permanenza nella relazione malsana per il bene dei figli; una concezione errata del divorzio; la paura di vivere e ritrovarsi da sole. Queste sono solo alcune problematiche che spingono le donne a giustificare la relazione sbagliata.

A tal proposito, una vittima di violenze racconta: “Non l’avevo certo sposato per interesse. Però scoprire che era a volte anche molto diverso da quello che mi ero immaginata è stato scioccante. Infatti all’inizio non volevo crederci. (…) Mi dicevo: “mi sono sbagliata io a vedere questo suo comportamento che non mi aspettavo. Probabilmente mi sono sbagliata, lui non è così, non si è comportato così”. Negavo proprio l’evidenza. Però non avevo nessun testimone, non potevo fare il confronto con nessuno. In quest’ultimo periodo, infatti, ero molto confusa. Sono sicura che mi era piaciuto molto all’inizio, che mi ero sentita molto attratta, però …”.

Inoltre le donne vittime di abuso non vengono ascoltate, anzi talvolta vengono umiliate dalla società e dagli amici e parenti più stretti. Leggiamo queste testimonianze scioccanti: “Mi ha dato un morso terribile, ho avuto paura e sono scappata. Sono andata da mio papà, volevo restare li ma mi ha detto di non metterlo in mezzo e che dovevo tornare a casa perché era mio marito”; oppure: “Una sera sono andata al Pronto Soccorso piena di legnate e il medico mi ha detto: «Signora, non faccia denuncia, è pur sempre suo marito». Testuali parole. A quel punto mi sono sentita un verme, mi sono presa su e son tornata a casa”.

Per sopravvivere alla relazione, le donne fanno ricorso ad una serie di difese. Si tratta delle cosiddette strategie di coping: l’insieme di tattiche mentali e comportamentali che vengono utilizzate per far fronte ad una situazione insopportabile. In questo modo la vittima riesce a sopravvivere alla relazione, ma si distacca totalmente dalla realtà. Non è più in grado di valutare la situazione effettiva, inizia a vederla in maniera distorta, fino ad arrivare a negare l’abuso. Non riuscendo ad identificare la gravità del maltrattamento, non ha il coraggio di chiedere aiuto, perché, se lo facesse, sarebbe come ritornare alla situazione di partenza, riaprendo quei punti deboli che le strategie di coping sono state in grado di tamponare. Facciamo alcuni esempi per capire meglio questo fenomeno:

“Non voglio farvi perdere tempo”: la donna si reca nei centri antiviolenza ma poi, prima di esporre il problema, mette le mani avanti sostenendo che ci sono situazioni più gravi della propria. Mette in dubbio la sua sofferenza, autoconvincendosi che il compagno è una brava persona e che “basta saperlo prendere”. In questi casi la donna si sente responsabile dell’accaduto e riversa tutte le colpe di sé, arrivando a credere che è lei ad assumere comportamenti sbagliati che inducono il partner a comportarsi così. Questa strategia di coping consiste nel negare l’abuso, autoaccusandosi.

“Non ricordo”: molte vittime rimuovono gli episodi negativi dalla memoria. Le donne non vogliono assolutamente ricordare la violenza subita, che rimane ricoperta da una patina che la rende invisibile.

“Ricucire”: la donna pianifica la fuga e il distacco dall’uomo violento, ma poi non agisce. Paradossalmente essa pianifica senza mai mettere in atto. Lo scollamento tra il piano dell’ intenzionalità e quello della realtà genera un aumento del senso di impotenza e di scarsa autostima.

Go and stop”: la donna, una volta che ha deciso di andarsene, torna sui suoi passi, entrando in crisi. Il fatto di non riuscire a staccarsi definitivamente implica che essa non è ancora pronta a fare quel passo.

Non bisogna assolutamente accusare una donna che non è in grado di agire. Bisogna aiutarla senza banalizzare o stigmatizzare le sue emozioni e i suoi comportamenti. Sono donne che hanno bisogno di aiuto e non di un giudizio morale.

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