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Salute

Tumore alla vescica: riconoscere i segnali per scovarlo in anticipo

Il tumore alla vescica è poco conosciuto ma non per questo meno pericoloso: i segnali da tenere d’occhio (e saper riconoscere!) per scovarlo in anticipo e correre in tempo ai ripari.

Il tumore alla vescica è sempre più diffuso e i numeri purtroppo parlano chiaro: in Europa ne soffrono ogni anno circa 175mila persone, mentre in Italia i casi sono quasi 27mila di cui 5600 arrivano al decesso. A peggiorare il problema c’è la disinformazione. Preoccupanti i dati diramati dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e presentati al Ministero della Salute: il 37 per cento degli italiani non ha mai sentito parlare del tumore alla vescica, il 68 per cento pensa che si tratti di una forma di cancro inguaribile, il 71 per cento non parla con il proprio medico in caso di sangue nelle urine, 2 su 3 non sanno che si può fare un’accurata prevenzione mentre solo 1 italiano su 4 considera il fumo una possibile causa di questa neoplasia (pur essendo, in realtà, il principale fattore di rischio).

Oltre al fumo, un altro importante fattore di rischio è l’esposizione prolungata a particolari sostanze chimiche utilizzate nell’industria tessile: alcune categorie di lavoratori sono quindi particolarmente danneggiati dal proprio lavoro a causa della presenza di coloranti della gomma e del cuoio e, inutile dirlo, devono fare particolarmente attenzione ad alcuni campanelli d’allarme che possono rendere tempestivo qualsiasi intervento e salvare così la vita del paziente. Ma quali sono questi avvertimenti? La lista non è lunghissima ma dev’essere certamente tenuta in grossa considerazione. Carmine Pinto, presidente Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) ha espresso così il concetto: “Il primo campanello d’allarme è l’ematuria, ovvero il sangue nelle urine. Nel 90 per cento dei casi è dovuto a una semplice cistite, ma è bene comunque parlarne subito col medico di famiglia in modo da avviare gli accertamenti necessari”.

In caso di diagnosi non tardiva, il 78 per cento dei malati riesce a guarire. La terapia più utilizzata è la chemioterapia, la quale non rappresenta però la soluzione migliore visto che tra gli effetti collaterali c’è l’insufficienza renale. Studi clinici hanno evidenziato il ruolo dell’immunoterapia anche in questo tipo di tumore, con l’introduzione di anticorpi anti-PD1 e anti-PD-L1 capaci di ripristinare la capacità del sistema immunitario di riconoscere e combattere il cancro. A preoccupare, infine, è la riabilitazione oncologica dopo l’intervento chirurgico: i nuovi Lea (Livelli essenziali di Assistenza) non ne tengono conto nonostante le continue sollecitazioni delle associazioni dei pazienti.

LEGGI ANCHE: MANGIA FRUTTI DI MARE AVARIATI: VOMITA FINO A ROMPERSI LA VESCICA

Photo credits Facebook

Raffaella Mazzei

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Raffaella Mazzei

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