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Salute

Terapia sottocutanea: la più efficace contro alcuni tumori

L’iniezione sottocutanea può rivelarsi la terapia più efficace e, al tempo stesso, limitare gli effetti collaterali: di che si tratta e come può migliorare la qualità di vita del paziente.

Le cure antitumorali devono avere come priorità la guarigione del malato ma non solo: quelle che limitano gli effetti collaterali e migliorano la qualità di vita del paziente possono davvero fare la differenza. È per questo motivo che alcune terapie devono essere tenute d’occhio e potenziate. È il caso, secondo un nutrito gruppo di ricercatori, delle iniezioni sottocutanee. Questa innovativa modalità di somministrazione può sostituire quella ad infusione e promette molti aspetti positivi.

La prima, appunto, consiste nel miglioramento della qualità della vita del paziente durante le cure antitumorali. Non meno importante, concede al dottore più tempo da impiegare per il dialogo con il malato e liste d’attesa più corte in ospedale (-34 per cento). Ciò è reso possibile da un’organizzazione sanitaria più agile e dal minor personale impegnato nella somministrazione della cura. Quest’ultima, infatti, passa da 90 a 5 minuti. La permanenza in Day Hospital si riduce invece della metà. I vantaggi abbracciano anche l’aspetto economico: è possibile risparmiare più di 60 milioni di euro in costi sociali, organizzativi e sanitari.

Tutti i dati, analizzati e messi nero su bianco dall’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’università Cattolica di Roma con il sostegno di Roche, hanno preso in considerazione soprattutto il trattamento del carcinoma mammario e del linfoma non Hodgkin con anticorpi monoclonali. Ma gli esperti, incoraggiati all’unanimità dai risultati ottenuti, hanno tuttavia sottolineato quale deve essere la priorità assoluta: che le innovazioni tecnologiche siano rese note ai pazienti, disponibili nelle strutture ospedaliere e soprattutto recepite nell’organizzazione dei singoli percorsi di cura. In caso contrario promuovere la cosiddetta “centralità del paziente” rischierebbe di diventare solamente uno slogan teorico anziché un fatto reale.

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