Quando mettiamo nel carrello una confezione di uova con la scritta “allevate a terra”, la maggior parte di noi si sente ragionevolmente tranquilla. L’immagine mentale è quella di galline che razzolano liberamente su un pavimento, lontane dalle vecchie gabbie in batteria. Ma è davvero così? Il tema del benessere animale nelle uova e nelle etichette è molto più complesso di quanto sembri a prima vista, e il report EggTrack 2025 di CIWF (Compassion in World Farming) ha acceso un faro su una zona d’ombra che riguarda direttamente i consumatori italiani. In questo articolo proviamo a capire insieme cosa significano davvero quelle diciture, cosa dice la ricerca scientifica sulle condizioni degli animali e come possiamo orientarci in modo più consapevole al momento dell’acquisto — senza allarmismi, ma con informazioni concrete.
Il report EggTrack 2025, elaborato da CIWF (Compassion in World Farming), offre un quadro apparentemente molto positivo per il nostro paese: l’Italia risulta essere al 98,8% “cage-free”, ovvero quasi la totalità della produzione di uova avviene senza l’utilizzo di gabbie tradizionali. È un risultato che, guardato in superficie, potrebbe far pensare che il problema del benessere animale nella filiera delle uova sia sostanzialmente risolto.
Ma proprio qui inizia la storia più interessante — e più complicata. Perché “cage-free” è una categoria ombrello che raggruppa sistemi di allevamento molto diversi tra loro, con impatti molto differenti sulla vita reale degli animali. E il punto critico, quello che il report EggTrack 2025 mette in evidenza con forza, riguarda precisamente la categoria più diffusa sugli scaffali italiani: le uova con il codice 2, cioè quelle “allevate a terra”.
Quando vediamo stampato su un uovo il numero 2, sappiamo che si tratta di un uovo prodotto da galline in allevamento a terra. Fin qui, tutto chiaro. Il problema, documentato dal report EggTrack 2025 e ripreso in un articolo di Sara Rossi pubblicato su Il Fatto Alimentare, è che sotto questa stessa etichetta possono nascondersi sistemi di allevamento radicalmente diversi: da un lato le tradizionali voliere su un unico livello, dall’altro i cosiddetti sistemi combinati o a voliere multipiano.
I sistemi a voliere multipiano sono strutture su più livelli sovrapposti, in cui le galline vivono su piani distinti collegati da rampe o griglie. In teoria, offrono alle galline più spazio verticale e la possibilità di muoversi su più livelli. In pratica, però, la qualità di vita degli animali dipende moltissimo dalla progettazione specifica dell’impianto, dalla densità di popolazione, dalla gestione quotidiana e da molti altri fattori che il semplice codice 2 in etichetta non è in grado di comunicare.
Il nodo centrale, che il report EggTrack 2025 evidenzia con chiarezza, è che la normativa vigente non impone ai produttori di specificare, sull’etichetta dell’uovo, quale tipo di sistema di allevamento a terra venga effettivamente utilizzato. Il consumatore che compra uova con codice 2 non ha modo di sapere, guardando la confezione, se quelle uova provengono da un sistema tradizionale o da una voliera multipiano. Le due realtà vengono appiattite sotto la stessa dicitura, rendendo impossibile una scelta davvero informata sul tema del benessere animale nelle uova e nelle etichette.
Per capire perché questa distinzione sia rilevante, è utile guardare ai dati scientifici disponibili. Uno studio condotto dall’Università di Padova (DAFNAE) in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ha analizzato le condizioni fisiche di oltre 30.000 galline ovaiole provenienti da allevamenti a terra. I risultati, citati nel report EggTrack 2025, sono significativi e meritano di essere conosciuti.
Questi dati riguardano gli allevamenti a terra in senso lato, e non permettono di distinguere con precisione tra sistemi tradizionali e sistemi combinati, dato che la metodologia dettagliata dello studio non è riportata nelle fonti verificate disponibili. Tuttavia, la loro portata è comunque importante: ci dicono che la semplice assenza di gabbie non è sufficiente a garantire il benessere degli animali, e che all’interno della categoria “allevamento a terra” esistono condizioni che meritano attenzione e miglioramento.
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È una lettura che invita alla sobrietà: non si tratta di demonizzare un intero settore produttivo, ma di riconoscere che il percorso verso standard di benessere più elevati è ancora in corso, e che le etichette attuali non offrono ai consumatori tutti gli strumenti per orientarsi.
In questo contesto, alcune aziende hanno scelto di andare oltre il minimo richiesto dalla legge e di impegnarsi esplicitamente a escludere i sistemi combinati dalle proprie filiere. Il report EggTrack 2025 cita in particolare tre realtà: Eurovo, Lidl Italia e Gruppo Selex, che hanno dichiarato pubblicamente di non approvvigionarsi da allevamenti che utilizzano sistemi a voliere multipiano combinati.
Questa scelta di trasparenza è rilevante per diverse ragioni. Prima di tutto, dimostra che è possibile — e praticabile — andare oltre la generica etichetta del codice 2 e offrire ai consumatori un’informazione più precisa. In secondo luogo, crea un precedente e un punto di riferimento per il settore: se alcune aziende lo fanno, altre possono seguire. In terzo luogo, risponde a una domanda crescente da parte dei consumatori, sempre più attenti al tema del benessere animale nelle uova e nelle etichette e disposti a scegliere in base a informazioni più dettagliate.
Va detto che queste tre aziende rappresentano solo una parte del mercato, e che la lista completa di chi esclude o include sistemi combinati non è disponibile nelle fonti verificate. Questo di per sé è già un’informazione utile: la trasparenza è ancora parziale, e c’è spazio per migliorare.
Un punto fondamentale che emerge dal report EggTrack 2025 riguarda il quadro normativo. La legislazione attuale non impone di specificare sulle etichette delle uova la differenza tra i vari sistemi di allevamento a terra. Questo significa che il codice 2 rimane una categoria unica, indifferenziata, che non permette al consumatore di distinguere tra sistemi con caratteristiche molto diverse.
Questa lacuna normativa non è una novità assoluta nel panorama delle etichettature alimentari, ma nel caso delle uova è particolarmente rilevante perché si tratta di un prodotto con un sistema di codifica già consolidato (i numeri da 0 a 3 stampati sull’uovo) che i consumatori hanno imparato a riconoscere e a interpretare. L’esistenza di questo sistema crea un’aspettativa di trasparenza che, nel caso del codice 2, non viene pienamente soddisfatta.
Il tema è dibattuto a livello europeo, e CIWF è tra le organizzazioni che chiedono un aggiornamento delle normative per rendere obbligatoria una distinzione più precisa tra i sistemi di allevamento a terra. Al momento, però, questa distinzione è lasciata alla discrezionalità volontaria delle singole aziende — come nel caso di Eurovo, Lidl Italia e Gruppo Selex.
Dato tutto questo, cosa può fare concretamente chi vuole orientarsi meglio al momento dell’acquisto? Non esiste una risposta perfetta, ma ci sono alcune indicazioni utili.
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È importante non caricare sulle spalle dei singoli consumatori tutta la responsabilità di un cambiamento che richiede interventi strutturali a livello normativo e di settore. Allo stesso tempo, le scelte di acquisto collettive hanno un peso reale, e la crescente attenzione al benessere animale nelle uova e nelle etichette ha già contribuito a spingere molte aziende verso standard più elevati.
Il fatto che l’Italia sia al 98,8% cage-free secondo il report EggTrack 2025 è, in parte, il risultato di anni di pressione da parte di consumatori, organizzazioni di tutela animale e aziende della grande distribuzione che hanno scelto di impegnarsi in questa direzione. È un segnale che il cambiamento è possibile, anche se il percorso non è ancora concluso.
Allo stesso tempo, il report ci ricorda che “cage-free” non è sinonimo di “benessere garantito”. I dati dello studio dell’Università di Padova e dell’IZS delle Venezie ci dicono che all’interno degli allevamenti a terra esistono condizioni che meritano miglioramento, e che la trasparenza delle etichette è ancora insufficiente per permettere ai consumatori di fare scelte davvero informate.
Il report EggTrack 2025 di CIWF non si limita a fotografare la situazione attuale, ma implicitamente indica anche la direzione verso cui muoversi. La richiesta centrale è quella di una maggiore granularità nelle etichette: non basta sapere che le uova provengono da allevamenti a terra, occorre sapere che tipo di sistema viene utilizzato. Questa informazione dovrebbe essere resa obbligatoria per legge, non lasciata alla discrezionalità volontaria delle singole aziende.
Parallelamente, il settore è chiamato a investire nel miglioramento delle condizioni di allevamento, non solo nell’eliminazione delle gabbie ma anche nella riduzione delle patologie fisiche documentate dalla ricerca scientifica. I dati sulle deviazioni sternali, le lesioni alle zampe e le fratture nelle galline allevate a terra mostrano che c’è ancora molto lavoro da fare, indipendentemente dal tipo di sistema utilizzato.
Per approfondire il tema, puoi leggere l’articolo originale di Sara Rossi su Il Fatto Alimentare, che analizza in dettaglio il report EggTrack 2025 e le sue implicazioni per il mercato italiano delle uova. Puoi anche seguire il lavoro di CIWF Italia, l’organizzazione che promuove il miglioramento del benessere animale negli allevamenti a livello europeo e internazionale.
Affrontare questi temi può generare un senso di smarrimento o, al contrario, di colpa. Non è questo l’obiettivo. Conoscere la realtà del benessere animale nelle uova e nelle etichette non significa dover fare scelte perfette in ogni momento, ma semplicemente avere gli strumenti per orientarsi in modo più consapevole quando è possibile. Ogni piccola scelta informata contribuisce, nel tempo, a costruire un mercato più trasparente e un sistema di allevamento più rispettoso degli animali.
Il report EggTrack 2025 ci offre un’istantanea preziosa: l’Italia ha fatto passi importanti verso l’eliminazione delle gabbie tradizionali, ma il cammino verso una trasparenza reale e un benessere animale autentico è ancora in corso. Conoscere questo percorso — con i suoi progressi e le sue lacune — è il primo passo per essere consumatori più consapevoli e, in qualche misura, agenti di un cambiamento positivo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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