Fette sottili, di un rosa che ricorda da vicino il prosciutto cotto tradizionale, confezionate con cura sugli scaffali dei supermercati: il prosciutto vegetale è diventato in pochi anni uno dei prodotti plant-based più acquistati da chi cerca un’alternativa alla carne. Ma quell’aspetto rassicurante nasconde davvero una scelta più sana? Un recente test condotto dalla rivista francese 60 Millions de Consommateurs mette in discussione questa certezza, rivelando una realtà più complessa e, per certi versi, sorprendente.
Pubblicato nel settembre 2026, lo studio della rivista francese 60 Millions de Consommateurs ha messo a confronto 6 prodotti di prosciutto vegetale con 15 confezioni di prosciutto cotto tradizionale. L’obiettivo era chiaro: capire se il prodotto vegetale, spesso percepito come automaticamente più sano, regge davvero il confronto una volta analizzato nel dettaglio. Il risultato? Una fotografia tutt’altro che uniforme, che invita a leggere le etichette con più attenzione di quanto si faccia di solito.
Il prosciutto vegetale nasce per imitare l’aspetto e la consistenza del prosciutto cotto: le fette sono rosa e sottili, progettate per somigliare il più possibile all’originale. Questa somiglianza estetica è parte integrante del suo successo commerciale, perché permette di inserire il prodotto nei pasti quotidiani senza stravolgere abitudini consolidate — nel panino dei bambini, nella pasta fredda estiva, nel piatto veloce della sera. Ma proprio questa imitazione ha spinto i ricercatori di 60 Millions de Consommateurs a chiedersi: cosa si cela dietro quella fetta rosa?
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal test riguarda la complessità della lista ingredienti. Alcuni prodotti di prosciutto vegetale analizzati contengono tra i 12 e i 16 ingredienti, un numero decisamente superiore a quello che ci si potrebbe aspettare da un alimento apparentemente semplice. Tra le componenti più frequenti troviamo proteine reidratate, amidi, fibre di bambù, fibre di pisello e una serie di altri elementi funzionali alla struttura e alla texture del prodotto.
Questo non significa necessariamente che il prosciutto vegetale faccia male: alcune di queste sostanze, come le fibre vegetali, hanno un ruolo nutrizionale riconosciuto. Tuttavia, la loro presenza in quantità variabile da marca a marca indica che stiamo parlando di un prodotto fortemente processato — tecnicamente classificabile come ultra-processed food secondo la classificazione NOVA. Chi sceglie il prosciutto vegetale immaginando un prodotto “naturale” o minimamente lavorato potrebbe quindi trovarsi di fronte a qualcosa di molto diverso dalle aspettative.
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La variabilità tra i marchi è stata uno degli elementi più sottolineati dal test. Non esiste, di fatto, uno standard compositivo condiviso: ogni produttore costruisce la propria ricetta con ingredienti e proporzioni diverse, rendendo impossibile fare generalizzazioni sull’intera categoria. Questo è un punto cruciale per il consumatore: acquistare prosciutto vegetale non equivale a fare una scelta univoca, ma a navigare in un panorama molto eterogeneo.
Un altro dato che emerge con chiarezza dal test di 60 Millions de Consommateurs riguarda il contenuto di sale. I prodotti di prosciutto vegetale analizzati presentano quantità significative di sodio, un elemento che non sorprende dal punto di vista tecnologico — il sale svolge funzioni importanti nella conservazione e nel sapore — ma che merita attenzione da parte di chi monitora l’apporto di sodio nella propria dieta.
Questo aspetto è particolarmente rilevante perché il prosciutto vegetale viene spesso scelto da persone che cercano un’alimentazione più leggera o che hanno esigenze specifiche legate alla salute cardiovascolare. Sapere che il prodotto può contenere quantità di sale paragonabili — o in certi casi rilevanti — rispetto ad altri salumi lavorati è un’informazione che cambia la prospettiva sulla sua utilità come sostituto.
È bene ricordare che le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandano un consumo di sale inferiore ai 5 grammi al giorno per gli adulti. In un’alimentazione in cui il prosciutto vegetale viene consumato regolarmente — magari ogni giorno nel pranzo — il contributo di sodio di questo prodotto non è trascurabile e andrebbe considerato nel quadro complessivo della dieta.
Forse il dato più sorprendente dell’intero test riguarda il Nutri-Score, il sistema di etichettatura nutrizionale frontale adottato in diversi Paesi europei. Tra i sei prodotti di prosciutto vegetale analizzati, il punteggio varia in modo significativo: si passa dal verde — indicativo di un profilo nutrizionale favorevole — fino al rosso, che segnala invece un profilo meno equilibrato.
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Trovare all’interno della stessa categoria di prodotto una simile dispersione di punteggi è un segnale importante. Significa che il prosciutto vegetale, come categoria merceologica, non garantisce di per sé un profilo nutrizionale migliore rispetto ad altre scelte. Due prodotti che si presentano in modo quasi identico sullo scaffale — stessa forma, stesso colore, stesso posizionamento di mercato — possono avere caratteristiche nutrizionali molto diverse.
Questo rende il Nutri-Score uno strumento utile proprio in questo contesto: guardare l’etichetta frontale prima di mettere il prodotto nel carrello non è un gesto ossessivo, ma un modo pratico e rapido per orientarsi in un mercato che non offre garanzie uniformi. Certo, il Nutri-Score non dice tutto — non considera, ad esempio, il grado di processazione dell’alimento — ma rappresenta un primo filtro accessibile a tutti.
Il messaggio che emerge dal test francese non è “smettete di mangiare prosciutto vegetale”. È qualcosa di più sfumato e, in fondo, più utile: non date per scontato che vegetale significhi sano, e imparate a leggere l’etichetta come fareste con qualsiasi altro prodotto lavorato.
Ecco alcune indicazioni pratiche per orientarsi meglio:
Il prosciutto vegetale può essere una scelta valida per chi riduce il consumo di carne per ragioni etiche, ambientali o di preferenza personale. Ma come per tutti gli alimenti confezionati, la consapevolezza fa la differenza. Leggere l’etichetta, confrontare i prodotti e non fidarsi ciecamente dell’immagine “verde” di una categoria è il modo migliore per fare scelte davvero coerenti con il proprio benessere — senza rinunciare alla piacevolezza dei pasti e senza inutili sensi di colpa. Se hai dubbi specifici legati alla tua alimentazione o a condizioni di salute particolari, il consiglio di un medico o di un dietista rimane sempre il punto di riferimento più affidabile.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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